Abbazia della Vangadizza
Le origini
Il suo viaggio nel tempo iniziò con un gesto di generosità nel lontano 954, quando la nobildonna Franca di Mantova, avvolta nel velo del lutto per la perdita del suo amato consorte Almerico, decise di donare la basilica di Santa Maria in località "Vedre". Questo luogo, appena ricostruito, custodiva segreti di una chiesa più antica e modesta, di cui poco si sa.
La storia narra di altri nobili, come Ugo di Toscana, e dei re Berengario II e Adalberto, che con loro donazioni contribuirono all'espansione di questo monastero benedettino. Nel 961 si parlò per la prima volta di un abate e nel 993 di un monastero ancora in costruzione, testimoniando la lenta ma inarrestabile ascesa di questo luogo di fede.
Diocesi della Santa Sede
Il destino dell'Abbazia della Vangadizza prese una svolta significativa il 26 dicembre 996, quando ottenne l'indipendenza feudale. Poco dopo, sotto il pontificato di Silvestro II, divenne una diocesi direttamente soggetta alla Santa Sede. Nel 1066, vi trovò riposo eterno l'eremita francese Teobaldo di Provins, sepolto dal marchese Alberto Azzo II d'Este. L'indipendenza del monastero fu ulteriormente consolidata dall'imperatore Federico Barbarossa e da papa Celestino III. In questo periodo, molti contadini arrivarono per lavorare le terre, attratti dalla protezione e dalle condizioni favorevoli offerte dagli abati benedettini, portando progresso e prosperità alla zona.
Un cambiamento significativo avvenne nel 1213, quando l'abbazia adottò la regola camaldolese, diventando un'oasi di contemplazione e cultura, distaccata dalle vicende umane. Nonostante l'assenza di cure pastorali, l'abbazia fiorì in attività culturali, con una biblioteca riccamente fornita e una scuola dedicata alla filosofia, teologia, canto sacro, arti e scienze. Tuttavia, questo isolamento dal mondo esterno creò tensioni con le parrocchie vicine e portò a dissidi interni, culminando in conflitti verso la fine del XIV secolo.
Allo scoccare del XV secolo, un nuovo capitolo si aprì per l'Abbazia della Vangadizza. Il monastero perse il suo potere temporale, e la sua gestione venne affidata in commendam a personaggi ecclesiastici di rilievo esterni alla comunità monastica. Tra questi vi fu il cardinale Ludovico Scarampi Mezzarota, che prese le redini nel 1448, seguito, nel Settecento, dal cardinale Angelo Maria Querini, vescovo di Brescia. In questo periodo di cambiamento, nel 1747, nacque all'interno dell'abbazia un seminario, segno di un'incessante ricerca spirituale e culturale.
Un triste destino
Ma la ruota del destino continuava a girare per l'Abbazia della Vangadizza. L'11 aprile 1789, sotto il dominio della Repubblica di Venezia, l'abbazia venne soppressa, e i suoi beni furono incamerati dall'autorità veneziana il 27 marzo dell'anno successivo. La fine del XVIII secolo segnò un'epoca di declino per questo luogo sacro: il 7 settembre 1792, la diocesi fu soppressa canonicamente, e le sue parrocchie furono divise tra le diocesi di Adria e Padova.
La demolizione
La basilica di Santa Maria della Vangadizza, un tempo gioiello di stile romanico-gotico, chiuse i battenti il 25 aprile 1810. Iniziarono allora i lavori di demolizione, che si arrestarono quando erano quasi completati. Gli edifici passarono nelle mani della famiglia francese d'Espignac, e solo una cappella absidale e il famoso campanile pendente sopravvissero alle spietate macerie. Gli altari e altre parti sacre trovarono una nuova casa nella chiesa di San Michele Arcangelo di Canda. Curiosamente, il campanile, custode di tre campane antiche, taceva da anni, con i suoi bronzi ancora inceppati e immobili.
Cosa rimane
All'esterno dell'abbazia, nella piazza, si ergono due sarcofagi. Questi sono l'ultimo rifugio di Alberto Azzo II d'Este e di sua moglie Cunegonda di Altdorf. Questi nobili, capostipiti degli Estensi, dei duchi di Baviera e di Sassonia, hanno legami ancestrali anche con l'attuale casa regnante nel Regno Unito.
Oggi è possibile ammirare il chiostro del grande complesso monastico, risalente al 1200 e di forma trapezoidale. Questo si può accedere attraverso un arco gotico in cotto del 1400. Il portico, coperto a vele e sostenuto da pilastri anch'essi in cotto, è stato restaurato nel 1400, periodo durante il quale la loggia superiore è stata arricchita con colonnine in marmo di Verona. Nel cuore del chiostro troneggia un'elegante vera da pozzo in marmo bianco, rendendo il chiostro l'elemento architettonico più affascinante e caratteristico dell'Abbazia.
Accedendo al refettorio attraverso un raffinato portale in marmo rosso di Verona, e attraversando la porta opposta, si giunge nel giardino dell'Abate, un tempo così denominato nelle antiche mappe. Da qui si accede alla piazza della Vangadizza, un vasto spazio antistante l'ex chiesa dell'Abbazia della Vangadizza. Di questa chiesa, demolita nel 1836 durante il dominio francese, rimangono solo i muri perimetrali. I resti comprendono le tre antiche absidi: a sinistra vi era l'altare e la tomba di San Teobaldo, patrono della città; a destra l'altare del Santo Crocifisso con le reliquie dei Santi Primo e Feliciano; e al centro l'altare maggiore. Dal 2000 l'area dell'ex chiesa è oggetto di una campagna di scavi archeologici.
La cappella laterale dell'ex chiesa, dedicata alla Beata Vergine della Vangadizza e costruita nel XV secolo, rimane invece perfettamente conservata. All'interno, gli stucchi dei pennacchi della cupola e i dipinti a fresco del catino dell'abside, opera del pittore bresciano Filippo Zaniberti (1585 - 1636), illustrano i miracoli della Vergine e attirano particolare interesse.
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